Recensione del film 40 Secondi
di Alessandra Kalka
È il cuore della notte del 6 settembre 2020, in una piazzetta di colleferro, dei ragazzi tutti
raggruppati intorno a qualcuno a terra, si disperano chiamando aiuto.
poco dopo cinque individui seduti ad un bar, alcuni visibilmente turbati altri inespressivi,
vengono invitati dal carabiniere a raggiungerlo in caserma, “roba di pochi minuti”.
Così inizia la narrazione di “40 secondi”, preceduta da una sequenza iniziale che sembra
raccontare tutt’altro. Perché come prima immagine ci troviamo davanti delle pecore, un
gregge che rientra nel proprio capanno, la conta dei suoi elementi, un ragazzo distratto
che viene rimproverato e una pecora mancante. La carcassa, tumefatta e insanguinata, di
quest’ultima viene ritrovata nel bosco. Una preda caduta vittima del suo predatore.
ci viene fornita già da subito una chiave di lettura emotiva, un parallelismo tra il
turbamento del ragazzo che ritrova l’animale morto e l’opinione pubblica scossa dalla
morte atroce di Willy Monteiro Duarte. Una sequenza simbolica, che in realtà toccherà lo
spettatore più di quanto possa credere all’interno della narrazione.
Alfieri non si limita a riportare un fatto di cronaca né tanto meno tenta di esserne giudice.
ricostruisce le 24 ore antecedenti l’incidente, in un intreccio di personaggi e punti di vista.
ci racconta una gioventù di provincia, i loro contrasti interiori e sociali, il loro modo di
comunicare, la loro quotidianità.
scopriamo i loro lati più deboli, delicati, comprendiamo perfettamente tutte le parti. i
personaggi ci stanno simpatici, li compatiamo, ridiamo con loro, nessuno è perfetto e
riusciamo ad intravedere tutte le sfaccettature dell’essere ragazzi un po’ “coglioni” che
fanno “stronzate”.
Ed è proprio tra la leggerezza di questi errori che avviene la tragedia.
ci viene mostrato chi era Willy, del perché si trovasse lì e come tutto venga spazzato via
da 40 secondi.
ma dopo 40 secondi del genere non si può più parlare di mere bravate, errori giovanili o
bollenti spiriti.
Conclusione
la banalità del male, e la violenza che fanno parte della nostra società vengono esposte in
maniera agghiacciante perché per quanto possa essere un film, per quanto possa esserci
una scelta registica, una scelta di racconto, la storia è vera e il cast coinvolto nella sua
realizzazione l’ha raccontata con autenticità.
in questo caso non parliamo di un cast di soli attori professionisti, come Gheghi che si
riconferma un attore di talento, ma anche di ragazzi provinati in strada e coinvolti nel
progetto, un cast che è eccelso a tal punto da essere riconosciuto dalla giuria alla Festa
Del Cinema di Roma assegnandoli un premio speciale.
alessandra kalka