Druk (Another Round)

di Thomas Vinterberg

il cinematografo

Il Punto Di Svista Del Cinefilo

  • Regia: 3
  • Sceneggiatura: 3
  • Interpretazioni: 3,5
  • Emozioni: 3,5
  • Voto: 3,2

Druk (Another Round) di Thomas Vinterberg.

Il film, che vede Thomas Vinterberg e Mads Mikkelsen nuovamente insieme dopo otto anni, si pone come una riflessione a tutto tondo sul consumo di alcol, e si sofferma accuratamente su ogni sua sfaccettatura. In questo modo comicità e spensieratezza si fondono, donando all’opera del regista firmatario dell’ormai tramontato Dogma95 una nota dolceamara, che fa dell’alcol la cornice di amore, amicizia, tragedia ed euforia. Un film che va in profondità e dipinge un universo sociologico veritiero seppur non del tutto comprensibile da chi non ne è parte integrante.

Martin, professore di storia in una scuola superiore in Danimarca, sposato e padre di due figli adolescenti, si avventura, un po’ per gioco e un po’ per uscire dal tunnel dell’insoddisfazione e della mancanza di stimoli, in un esperimento singolare. In accordo con la teoria di uno psicologo norvegese, secondo la quale l’uomo nasce con un deficit alcolico nel sangue dello 0,05%, Martin e i suoi tre amici e colleghi più inseparabili (Nikolaj, Peter e Tommy) si impegnano a colmare questo difetto biologico e osservarne l’effetto in ambito lavorativo. Nonostante l’incoraggiante esito iniziale, la medaglia rivelerà presto la sua faccia più irrefrenabile e drammatica.

Una delle facce vere e ambigue della Danimarca

Per riuscire a carpire il vero messaggio del film, trovando una connessione soddisfacente con i suoi aspetti più bizzarri, è opportuno fare una riflessione di tipo culturale che coinvolge la Danimarca, nonché altri paesi del Nord Europa. Potrebbe risultare illuminante, a questo fine, citare la spiegazione che il regista ha dato del titolo originale del film durante la festa del cinema di Roma, sul cui schermo l’opera è stata proiettata fra i film in concorso. Di “Druk”, Vinterberg rivela che si tratta di una delle tante parole danesi che indicano il “bere” (in questo caso pesantemente ed energicamente) e che non è traducibile in altre lingue; questo spiega senz’altro la non coincidenza del titolo inglese con quello originale. Ma un’altra constatazione interessante del regista sta nel paragonare l’eccezionale quantità di parole che in Danimarca sono associate al consumo di alcol con quelle che in Groenlandia si usano per indicare la neve. Quest’osservazione è esplicativa dell’importanza che il bere ricopre nel piccolo stato scandinavo, e il film è senza ombra di dubbio un valido portavoce del ruolo quasi vitale che l’alcol ricopre in molti momenti di celebrazione e condivisione sociale in tutte le fasce di età (tolta ovviamente l’infanzia).

Basti pensare alla scena iniziale, quella in cui viene mostrato un gioco alcolico all’aperto ripetuto dagli studenti della scuola di Martin ogni fine settimana e il quale, una volta che si sia a conoscenza del significato della parola “Druk”, viene ad essa facilmente associato da qualsiasi spettatore. A questo proposito è interessante sapere che di giochi come quello – che vedono come elemento indispensabile una cassa di birra le cui bottiglie di vetro verde vanno scolate tutte d’un fiato – ce ne sono a dozzine, e che il numero in percentuale di ragazzi cresciuti in Danimarca che non li pratica ha uno zero e una virgola davanti. Giochi di quel genere sono infatti emblema dei momenti di festa, dei lassi di tempo in cui i doveri istituzionali, ai quali i danesi sono di solito particolarmente ligi, vengono momentaneamente messi da parte e dimenticati. Questi momenti sovvertono il normale ordine delle cose, creando uno spazio sospeso, che esiste solo a metà, nel quale tutto è permesso e tutto sarà poi facilmente dimenticato. Un esempio ben narrato da Vinterberg è quello della fine degli esami di maturità, in cui tutti le classi di neodiplomati salgono sul rimorchio di un camion accuratamente addobbato per l’occasione, sfilando per le strade della loro città mentre ingurgitano fiumi di birra. Si tratta di un rituale a tutti noto in Danimarca, già vissuto in passato da genitori e nonni, e per questo socialmente accettato e permesso: un episodio della vita necessario, un rito di passaggio, che va vissuto da tutti, al momento opportuno, in primissima persona.

Questa breve analisi sociologica del fenomeno alcolico danese è una chiave di volta per capire e apprezzare a pieno l’opera di Vinterberg. E infatti Druk affronta il tema, enormemente dibattuto in Danimarca, in maniera schietta e felicemente autoironica, senza però dimenticare di contornare la commedia con qualche spruzzata di tragicità. Martin e i suoi amici, al lato dei quali si piazza la cinepresa di Vinterberg, sono personaggi in cui molti danesi riuscirebbero ad identificarsi, e lo stesso vale senz’altro per i loro studenti. Una scena che potrebbe sancire l’inizio di questa ideale identificazione dello spettatore è quella della cena al ristorante, in cui si festeggiano i quarant’anni di Nikolaj, e in cui i quattro amici compiono una prima importante riflessione sull’alcol, e sul suo ipotetico deficit a livello sanguigno. In questa scena, l’alcol non è solo protagonista della conversazione: il suo consumo, dapprima moderato, poi via via più disinibito, dirige la serata e i comportamenti dei quattro partecipanti alla cena. Se all’inizio la conversazione è più formale e macchinosa, in seguito i toni risultano allegri e confidenziali. Sono le lacrime di Martin nel momento in cui rivela la propria infelicità a innescare questo processo: lo sfogo inaspettato del professore di storia turba visibilmente sia lui che i suoi amici, e rappresenta un altro tratto caratteristico della necessità tutta danese di bere alcol, quello di affrontare una situazione non racchiudibile nella cornice della normalità.

Ciò che accade in seguito può essere riassunto come un climax ascendente di avvenimenti relazionati all’alcol. Il suo consumo è dapprima unicamente finalizzato ad aumentare la sua quantità nel sangue dello 0,05% e perfettamente controllato dai quattro partecipanti al progetto luminare che si ispira alle bizzarre teorie dello psicologo Finn Skårderud. Le loro vite sembrano migliorare sia sul piano professionale che privato, nuova linfa torna a scorrere soprattutto nelle vene di Martin, e l’ipotesi del deficit alcolico sembra prossima a trasformarsi in teoria sperimentale. L’atmosfera di rinnovata ispirazione che invade i quattro insegnanti va a braccetto con una fotografia dai toni chiari, che sfrutta al meglio la miracolosa luce delle primavere danesi, la quale vince la notte concedendole niente più che un fugace barlume di oscurità. In questo arco della narrazione, lo spettatore ha modo di avvicinarsi ulteriormente ai personaggi e di immedesimarsi empaticamente nelle situazioni assurde e folli in cui più o meno volontariamente essi si ritrovano. Ma questo momento di serenità condivisa, che nell’opera di Vladimir Propp dedicata alla morfologia della fiaba coinciderebbe con l’allontanamento, non cela preoccupanti segni di cedimento imminente, come la scoperta, da parte degli altri docenti, di numerose bottiglie di alcolici in alcuni ambienti della scuola. Inoltre, l’entusiasmo di Martin e dei suoi si tramuta quanto prima in esagerazione, le regole cadono e l’esperimento fallisce miseramente, innescando una pericolosa reazione a catena, e invitando lo spettatore a una profonda riflessione.

Ma nonostante questa netta presa di distanza dall’alcol e dal suo uso immoderato, esso rimane l’infrastruttura imprescindibile fino alla fine del film, confermando ancora una volta la sua enorme importanza culturale. La scena in cui Peter dà segretamente al maturando Malthe una bottiglietta di plastica riempita di vodka, autorizzandolo a mandarne giù qualche sorso per affrontare meglio l’esame orale, è emblematica e dimostra la dimensione intergenerazionale della pratica. La chiusura del film, in cui i professori si uniscono ai festeggiamenti degli studenti appena diplomati, sancisce per un’ultima e decisiva volta una ritualità condivisa, e la creazione di un momento di sospensione collettiva della realtà in cui tutto è concesso, anche il tuffo da vestito di Mads Mikkelsen nel gelido mare danese illuminato da un sole quasi perenne.