Le parole del critico in ‘Bellezza e bizzarria – il cinema insolito’, disponibile su Rai Play Sound

 

 

Goffredo Fofi, scomparso da pochissimo, l’11 luglio 2025, è stato un saggista, giornalista, attivista e critico cinematografico italiano. Nei suoi lunghi decenni di carriera ha avuto modo di conoscere varie personalità del panorama artistico italiano del dopoguerra e di vivere da vicino il cinema di quegli anni, forte sull’onda del neorealismo. Ce lo racconta più approfonditamente in un’intervista riguardo Noi cannibali, film del 1953 realizzato da Antonio Leonviola e ad oggi una delle quasi-dimenticate bellezze della nostra settima arte.

Leonviola: il regista

Di Antonio Leonviola, il regista del film venuto a mancare nel 1995, Fofi parla quasi con nostalgia, ripercorrendo il suo percorso artistico e ricordandone la personalità: “era uno
strano regista. Nato come appassionato in provincia veneta negli anni ‘30 e finito a Roma a cercare di far carriera. Fu amico di molti intellettuali famosi dell’epoca, esordì con un film in
piena guerra sulla vita di Santa Rita da Cascia. Ebbe molto successo nei cinema parrocchiali in tutta Italia, un melodramma puro. Perché Santa Rita ha in effetti una storia da grande melodramma. Dopo la guerra ha continuato a lavorare attraversando i generi. Ha cominciato con Rita e ha finito, se non sbaglio, con un film che si chiamava ‘Le gladiatrici’.

Una carriera immensa. Che uno non può immaginare. Ha fatto film di Maciste, ha fatto film di genere”. Condivide poi uno dei suoi ricordi col regista, lasciandoci intravedere un frammento
della personalità di Leonviola: “Ha finito la sua vita a zagarolo dove lo andai a trovare, e dove aveva aperto una piccola scuola di cinema. Era una persona colta e intelligente, ma
che aveva dato le sue ambizioni alle ortiche. Si era messo a fare un cinema molto commerciale”.

Le innovazioni in ‘Noi cannibali’

Quando prende la parola sul film, Fofi ci dà una panoramica sul contesto sociale in cui nasce ‘Noi cannibali’, su tutto quello che di diverso e bizzarro introdusse alla sua uscita, e sull’immediata anomalia che rappresentava, a partire proprio dal titolo e dai colori. Dice Fofi: “Di tutta la sua filmografia c’è però un film che a mio parere è uno dei più belli del dopoguerra italiano. Uno dei più strani, perlomeno. ‘Noi cannibali’. Già abbastanza straordinario nel titolo, no? In mezzo al buonismo dell’epoca, in mezzo al neorealismo, Leonviola fa un film con questo titolo provocatorio, contro l’idea di umanesimo corrente nel cinema dell’epoca”. Descrive poi l’originalità del melodramma dell’opera: “Si aggrappa alla tradizione del melodramma ma fa un melodramma insolito, diverso dagli altri, e per di più un melodramma a colori, perché ‘Noi cannibali’ è uno dei primi film girati in ferraniacolor. Credo sia stato restaurato. Lo spero. Però non ci sono copie in distribuzione o DVD vendibili”.

Silvana Pampanini, protagonista del film

Eroina di ‘Noi cannibali’ è l’immortale Silvana Pampanini, personalità di spicco del cinema italiano dello scorso secolo. Amatissima attrice, corteggiata da Totò e, si dice, da Orson Welles, viene ricordata da Fofi con il loro incontro al Festival del Cinema di Venezia, quando il critico organizzò un omaggio al film di Leonviola: “Qualche anno fa al festival di Venezia organizzai due retrospettive per due anni di seguito sui film italiani dimenticati. Uno di questi era ‘Noi cannibali’. Fu una serata divertentissima perché venne la Pampanini, protagonista
del film. È una donna molto simpatica, estroversa, abbastanza aggressiva. Immediatamente ci demmo del tu e a un certo punto le dissi: ‘quanti peccati da ragazzo ho fatto per te, Silvana’ e lei mi guardò con un’aria truce, come se volesse insultarmi. E disse ‘e ti credi di essere stato il solo?’ Era un personaggio di questo genere. Era una donna sicuramente di grande simpatia, molto bella e una brava attrice. ‘Noi cannibali’ in particolare è il suo film più bello, dove lei può dare il meglio delle sue possibilità. Ma parliamone”.

Noi cannibali

Entriamo nel vivo del racconto infilandoci nella storia di ‘Noi cannibali’. Fofi ci presenta lo spazio: “Il film è stato girato in Ferraniacolor a Civitavecchia, nelle baracche, nelle rovine. Era stata una città molto bombardata per via del porto. Nel 1953 c’era un treno che attraversava un binario unico, una ferrovia interna al porto. Da una parte c’erano il mare e il porto, dall’altra una collina piena di baracche, di baraccamenti costruiti l’uno sull’altro quasi come le Favelas brasiliane. Il film è stato girato dal vivo, perché era così la città nel 1953”. Ci dà anche qualche nome per comprendere la portata del film, e tutte le personalità che coinvolse per la sua realizzazione: “Leonviola aveva un certo credito, viveva un certo ambiente intellettuale. Per questo si servì di un grande scenografo come Luigi Scaccianoce e di un grande musicista. Il commento musicale del film fu realizzato infatti da Bruno Maderna, uno dei musicisti dell’avanguardia italiana del dopoguerra. Maderna ha giocato sul popolaresco, però estraniandolo in qualche modo. E c’è una grande attenzione anche alle immagini. Scaccianoce e il direttore della fotografia mostrano una strana originalità culturale rispetto al cinema italiano dell’epoca, perché ricorrono alla pittura metafisica. Anche questo è un aspetto curioso e interessante”.

Una storia diversa

Goffredo Fofi definisce particolare la storia di ‘Noi cannibali’, perché si distacca dal melodramma ma anche da quella che era l’idea del neorealismo. Ci introduce così l’intreccio e i personaggi al centro della vicenda: “La storia è molto diversa dalle solite storie da melodramma. Comincia con un reduce, uno sbandato, un giovane disoccupato e avanzo di galera che fa il contrabbandiere, interpretato da Vincenzo Mussolino. E col giovane che finisce attirato dalla musica in un locale di spettacolo” Qui poi Fofi ci svela una curiosità nascosta, che definiremmo a tutti gli effetti un cameo: “Leonviola recita tra l’altro il brevissimo ruolo, in una specie di primo piano, del buttafuori che fa entrare Mussolino nella sala. Una sala fumossissima con comparse prese dal vivo non so dove, e un pubblico prevalentemente, ovviamente maschile, com’era il pubblico da spettacolo. Assistiamo così a un numero con la Pampanini che canta e balla.” È un contrasto immediato, quasi scomodo: “Dopo questo cupo inizio in mezzo alle rovine di Civitavecchia entriamo subito dentro questa sala popolaresca con una Pampanini sgargiante, che con una certa libertà e anche una certa volgarità recitata, insomma, tiene nel suo pugno un pubblico maschile e maschilista, ovviamente”. Passiamo alla storia. Di cosa parla ‘Noi cannibali’? Fofi ci introduce la trama: “La storia è abbastanza banale. Questo giovane Aldo, sbandato, tornato a Civitavecchia, era fidanzato con la sorella di Virginia (Silvana Pampanini), Maria, che si vedrà solo nelle scene finali del film. Virginia intreccia una storia con Aldo, il fidanzato della sorella, che però lei ha perso di vista a causa della guerra” e i profondi pregiudizi raccontati dal film: “Virginia è concupita da molti, soprattutto da Folco Lulli, un faccendiere del porto. Aldo è un avanzo di galera, lei è una mezza prostituta, insomma, una ballerina di spettacolo che ha avuto le sue storie, ha un commissario di polizia che le sta addosso. Anche se poi in qualche modo protegge la coppia perché capisce la loro situazione. C’è un Folco Lulli cattivissimo come nei film di Matarazzo, che vuole possedere la Pampanini. Alla fine ci riesce con la violenza e la uccide. L’ammazza. L’eroina muore prima della fine del film”.

Un film scomodo da guardare, come una fastidiosa verità

Il film non ha esattamente il finale di speranza che uno spettatore potrebbe aspettarsi o desiderare. Ma tutta la pellicola, in realtà, è attraversata da un constante sentore di violenza che minaccia di colpire i personaggi. Fofi ne parla descrivendoci la scena che secondo lui è la più importante dell’intero ‘Noi cannibali’: “In mezzo c’è stata forse la scena clou del film. In questo quartiere di diseredati arriva una banda e si mettono tutti a ballare. Virginia vuole attraversare per tornare a casa sua, ma viene presa in mezzo a uomini violenti, brutali” una forma di patriarcato raccontata senza filtri che trasforma anche le donne: “con una certa complicità delle donne, perché ovviamente lei (Virginia) dà fastidio con la sua avvenenza, la sua diversità. Si forma una specie di strupro collettivo. L’aggrediscono, le saltano addosso, una scena violentissima e anche molto bella da cui lei sfugge solo per l’arrivo di Aldo e di
qualche carabiniere”.

Il finale amaro di ‘Noi cannibali’

Un ragionamento sulla profonda tristezza di cui ‘Noi cannibali’ è intriso, con una storia d’amore che non è mai davvero completa e non è mai davvero felice. Se i pregiudizi della cannibale società che divora gli altri impediscono ad Aldo e Virginia il raggiungimento della serenità, ancor peggio è l’accanimento del fato. Fofi ci racconta il finale del film: “Prima i due riescono a sposarsi, anche con l’aiuto del commissario che regala una sua vecchia giacca ad Aldo perché possa presentarsi alla cerimonia” una felicità che il regista abilmente ci nasconde, impedendoci di crogiolarci nell’idea che i due possano vivere contenti: “la scena del matrimonio noi però non la vediamo. Virginia resta incinta, ma il bambino nasce morto. Lei viene aggredita nella notte nella sua casa, con Aldo assente, dal cattivo Lulli (Tango nel film) che la uccide”.

Arriviamo così al finale. Goffredo Fofi ci guida tra le ultime scene e poi nel significato dell’intera pellicola, un gioco di contrasti, di avanguardie: “Nel finale torna da Roma la sorella Milly Vitale (Maria), che fa la cameriera a Roma. La buona del film, la pura. Rinasce così un qualche rapporto con Aldo, con il vedovo, ma Aldo è talmente disperato che tenta il suicidio. Lei lo salva all’ultimo minuto, perché lui si è infilato in una galleria a senso unico, di quelle dove passa il treno che si vede varie volte nel film” una vana speranza per lo spettatore: “Nessuno crede a questo salvataggio. Il film finisce con la morte della protagonista e con quella che doveva essere la morte di Aldo. È un film molto disperato, molto cupo, tirato secondo criteri cinematografici antichi, perché è neorealismo anche per l’ambiente, per il contesto. Però intanto c’è il colore, la cultura di Leonviola sulla musica e sulle immagini”.

Fofi tira le ultime conclusioni, spiegandoci come ‘Noi cannibali’ rientri nei criteri del neorealismo italiano e come ne sia, allo stesso modo, comunque un po’ estraneo: “Il film è asciutto e rientrato nell’ambito del neorealismo, dell’ottocento italiano. Ma quello del neorealismo è stato un cinema assolutamente ottimista. Il cinema doveva cambiare e sarebbe cambiato”. E chiude con un’ultima riflessione sulla carriera di Leonviola: “Anche Leonviola nel suo piccolo ci ha provato ma è riuscito a fare solo un film così visionario, barocco, diverso da tutto quello che si faceva allora. Ma soprattutto entrando direttamente nella tradizione del cinema popolare. Una concorrenza ai film di Matarazzo, tutti quei film di allora che erano quelli che gli italiani vedevano prima del miracolo economico. Lo fece sempre con ambizioni molto alte”.