Hen (Kóta) — la gallina che ci guarda: una recensione filosofica

di Massimiliano Artibani

C’è un film “di galline” che, in realtà, parla di noi. Hen di György Pálfi, coproduzione Grecia-Germania-Ungheria (96’, lingua greca), racconta la vita di una livornese dalla deposizione dell’uovo all’ultimo respiro, restando radicalmente incollato al suo punto di vista: basso sulla terra, sensoriale, intermittente, governato da scarti, odori, rumori, sprint improvvisi. In scena compaiono anche umani e altri animali, ma sempre come presenze che sfiorano, minacciano o alterano il suo mondo. La protagonista è “interpretata” da otto galline diverse; il cast umano include Ioannis Kokiasmenos, Maria Diakopanagioti e Argyris Pantazaras. Il film ha debuttato in Platform a Toronto 2025 (menzione d’onore) ed è passato nella sezione Progressive Cinema — Visions for the World of Tomorrow alla Festa del Cinema di Roma. Wikipedia

Un dispositivo post-umano, non un “trucco”

L’idea forte non è solo “vedere come una gallina”, ma spostare la soggettiva morale: ciò che per noi è sfondo diventa centrale, e viceversa. È un gesto che incrocia Derrida (L’animal que donc je suis): il film ci costringe a fare i conti con lo sguardo animale che ci vede, che non capisce i nostri drammi ma li registra come turbulence del proprio habitat. La domanda che poni — “ma chi è davvero la gallina?” — trova qui tre risposte paradossalmente compatibili: è lei, individuo con una traiettoria di sopravvivenza; sono gli umani, che nel suo sguardo appaiono ridotti a impulsi e crudeltà, quasi divenuti-animali (Deleuze/Guattari); siamo noi spettatori, quando cadiamo nella trappola di credere che sia “solo” un film su una gallina.

Pálfi mette in crisi la macchina antropologica (Agamben): cancellare la linea uomo/animale non significa umanizzare la gallina, ma dis-umanizzare la nostra arroganza percettiva. L’umwelt di Uexküll diventa grammatica di regia: campo visivo stretto, bassezza del fuoco, montaggio sincopato, sonorità che segnano minacce o desideri prima che accadano. Le recensioni tecniche lo notano: fotografia mobile e ravvicinata di Giorgos Karvelas, partitura di Szőke Szabolcs che alterna ironia e tensione.

Trama? Piuttosto traiettoria

La gallina fugge da un allevamento intensivo, approda al cortile di un ristorante a conduzione familiare che ha legami con un giro di trafficanti di esseri umani. Da qui, covate, gerarchie di pollaio, minacce di volpi e cani, micidiali casualità: la nostra eroina è spesso ignara testimone o innesco involontario di tragedie umane. Pálfi tiene la storia umana sullo sfondo, quasi a dirci “guardate la luna” mentre il dito (la gallina) occupa l’inquadratura: un rovesciamento coerente col dispositivo etico del film. TIFF la presenta esplicitamente come favola “su una miseria umana” che si srotola accanto alla lotta di una creatura per vivere.

Politica della percezione: tra Braidotti e Haraway

Nel filtro della filosofia contemporanea, Hen funziona come allegoria post-umana (Braidotti): la soggettività non è monopolio dell’uomo, ma proprietà relazionale, situata, vulnerabile. La gallina di Pálfi è perseveranza, cura della prole, difesa del territorio: non “simboli” astratti, ma posture etologiche che rispecchiano le nostre, scoprendone la fragilità.

Con Haraway potremmo parlare di companion species: nel cortile-ecosistema, umani e animali co-producono mondi, ma gli umani paiono i meno capaci di cura. L’alienazione che noti — indifferenza, assenza di comunità — non è solo sociale, è percettiva: i personaggi umani non vedono, non ascoltano, non si sintonizzano. Cary Wolfe ricorderebbe che l’animalità è già dentro il concetto di “umano”; Pálfi lo rende plastico mostrando come la sopravvivenza — e non l’“umanità” — governi entrambi i comportamenti.

Messa in scena: comicità nera, thriller di cortile

Il tono è sorprendentemente ibrido: a tratti slapstick zoologico, a tratti cupo thriller di cortile; un filo comico corre sotto, ma non scalfisce l’angoscia ambientale. Critica e stampa l’hanno colto: “tour de force” di messa in scena, con punte di humour, e persino una veste da “comic thriller” nel giudizio della Film Verdict. I confronti rituali con EO o Balthazar sono inevitabili, ma Hen mantiene una vena pop-genere che la sposta altrove. Cineuropa

Il confine tra sopravvivenza e umanità

Qui Pálfi è radicale: alla gallina non importa degli uomini; la sua etica è l’etica della cova, del pasto, della fuga. Ma il film suggerisce che anche agli umani non importi molto degli altri umani: pietà scarsa, comunità logorata, empatia ridotta a lampi. Siamo di fronte a una sociologia della distrazione: l’umano, fissato sul proprio “dramma”, appare “povero di mondo” (Heidegger) quanto l’animale — non perché sprovvisto di linguaggio, ma perché disabitato dal mondo dell’altro. In questo lastrico morale, la gallina diventa principio di realtà: cosa resta, quando tagliamo via il commento psicologico? Gestualità, impatto, conseguenza.

Limiti (e rischi etici) del dispositivo

Una parte della critica ha notato che, quando Pálfi sposta il fuoco sugli umani, la costruzione diventa meno nitida e più didascalica; altri segnalano che l’idea-gig rischia la ripetizione. Sono osservazioni legittime: la forza del film è nell’esperienza percettiva, non nella sottotrama criminale. Resta tuttavia notevole la coerenza del set-up visivo (POV basso, dialoghi ridotti) e la cura per il benessere animale riferita dalle cronache festival) — un punto non banale in un’opera che lavora “con” e non “su” gli animali. Pajiba

Perché conta (anche per noi)

Hen ci costringe a spostare lo sguardo. Se prendiamo sul serio l’istanza derridiana — lasciarci guardare dall’animale — il film diventa un test di realtà per le nostre retoriche umaniste. In un presente di migrazioni, sfruttamento e filiere della violenza (il pollaio industriale come modello politico, dice anche la letteratura animalista), Hen suggerisce che la sopravvivenza è la grammatica che condividiamo: negarla, o travestirla da umanismo astratto, finisce per disumanizzarci. In questo senso, Hen non “umanizza” la gallina; animalizza l’umano, cioè lo riconduce a un piano di vulnerabilità, bisogni, co-dipendenze, dove l’etica coinciderebbe con attenzione e cura. The Humane League

Verdetto

Opera piccola e spiazzante, Hen costruisce — con mezzi apparentemente umili — una delle più coerenti esperienze post-umane del cinema recente: non pamphlet, ma pratica di sguardo. Quando finisce, restano addosso la risata strozzata, alcuni colpi bassi di violenza casuale, e una consapevolezza scomoda: non è un film “su una gallina”, è un film da una gallina. E da lì, il nostro mondo non è affatto bello.