“Dovere civile” – un appunto pasoliniano su memoria, volto e responsabilità

di Massimiliano Artibani

All’Auditorium Parco della Musica — nello spazio della Roma Lazio Film Commission — la presentazione di Dovere civile ha il sapore di un ritorno del reale: un film breve che riapre una ferita della storia e la ricuce con il filo della comunità. Il luogo non è neutro: complesso disegnato da Renzo Piano, l’Auditorium è oggi luogo del RomaFilmFest, uno snodo in cui le arti dialogano e la memoria pubblica si espone con dignità laica. Qui la Film Commission sostiene progetti e incontri durante la Festa del Cinema, moltiplicando gli sguardi sul territorio.

Il corto nasce nella “bottega” della Libera Università del Cinema: una scuola fondata nel 1983 per “imparare facendo” — formule e genealogie (Zavattini, Blasetti, Leonviola, Sofia Scandurra) che suggeriscono una pedagogia pratica, artigianale, povera nel senso più alto del termine. La regia è corale, con la supervisione di Piero Calvarese: una scelta che già rivela una poetica del noi contro l’idea proprietaria dell’autore.

Il racconto: cronaca povera, epica civile

25 ottobre 1943, Monti Prenestini. Mentre a Monte Guadagnolo viene ucciso don Pasquale Buttarazzi, un eccidio incombe sul paese; la tradizione locale vuole che Adolfo Porry Pastorel — il grande fotoreporter — riesca a evitare la rappresaglia. Non è un mito innocuo: è una memoria tramandata nei paesi, affiorata in ricerche e commemorazioni, e documentata per l’uccisione di don Buttarazzi dagli studi sulle stragi nazifasciste. Dovere civile assume quella memoria come dispositivo drammatico.

L’incipit — il giovane che brucia di nascosto la divisa, il fucile nascosto — ha una nudità documentaria. Poi il taglio netto ai bambini che giocano, il vicolo, la Rolleiflex di Porry Pastorel (Pino De Matti) che fissa i volti e chiede: “Non dovreste essere a scuola?”. E li accompagna. È un gesto minimo, quasi paternale: ma il film ci dice che la cronaca è già un atto politico — il popolo entra nell’inquadratura.

Quando la pattuglia tedesca (Emanuele Vezzoli, glaciale ufficiale; Alberto Caneva, nel ruolo del luogotenente) invade le case e rovescia la quiete, la messinscena stringe le distanze: la motocicletta con sidecar, l’ordine perentorio, la piazza che inghiotte i corpi. Cinema di poesia in senso pasoliniano: lo stile è “indiretto libero”, la mdp aderisce ai tremori della comunità più che all’azione dei soldati, come se fossero i muri e le pietre a guardare.

La figura di Porry Pastorel: l’uomo con l’obiettivo

Porry Pastorel non è qui un’icona eroica ma un mestiere: il padre del fotogiornalismo, fondatore nel 1908 dell’agenzia V.E.D.O., il fotografo che trasformò l’Italia in un archivio di sguardi. Alla fine si ritirò a Castel San Pietro Romano, dove fu anche sindaco: una biografia che il film distilla in un’unica azione — parlare all’ufficiale e posare lo sguardo. La promessa di uno scatto come patto, come tregua. Il cinema restituisce alla fotografia la sua responsabilità.

Pino De Matti costruisce un Porry Pastorel di gesti bassi, frugali: un cappotto ben chiuso, una prova di tedesco allo specchio, un’ironia che non è furberia ma misura etica. Attore di lungo corso tra teatro, cinema e televisione, De Matti ha il corpo giusto per un uomo che ha visto troppo e ha imparato a vedere ancora. mymovies.it

Vezzoli (attore e voce narrante noto in tv, teatro e pubblicità) offre all’ufficiale non la caricatura del “cattivo” ma la logica ottusa del potere: il viso contratto e l’educazione rigida di chi esegue. Caneva — attore e storico doppiatore — incarna un luogotenente speculare, uno specchio che amplifica il comando.

Sguardo, luce, montaggio: la forma come morale

La direzione della fotografia di Jessica Giaconi — direttrice AIC-IMAGO e docente LUC — lavora su una luce povera e tattile: interni lattiginosi in camera oscura, esterni terrosi in piazza e nei campi, profondità di campo “respirata” che lascia il popolo “in attesa” sullo sfondo. È una scelta politica: non estetizza la guerra, restituisce spazio alla coscienza. Il montaggio batte come un cuore: accelera nel rastrellamento, sospende nel discorso di Porry, quasi si ferma nella posa finale.

Il suono — l’avvio lontano del motore (J-cut), la coda del silenzio nelle case svuotate (L-cut) — evita l’enfasi. La musica, se c’è, pare più una nota tenuta che un commento: la piazza deve parlare da sola. È una grammatica morale: la durata non decorativa, l’ellissi come pudore, il raccordo come responsabilità verso i corpi.

La comunità come soggetto

Una ragazza corre ad avvertire Porry: il femminile come staffetta — gesto minimo, decisivo. L’uomo si mette in giacca, prova le parole, si presenta: non sfida ma parla di casa, degli affetti che lo aspettano. La retorica non serve, basta la verità concreta dei legami. L’ufficiale cede alla vanità di uno scatto e accetta la posa. Mentre il gruppo tedesco si irrigidisce davanti all’obiettivo, dietro si muove il paese con forconi e falci: il popolo torna nell’inquadratura, non più come vittima ma come figura cosciente.

L’ultima immagine — tableau fermo, quasi Quarto Stato — è un colpo di genio iconografico: non proclama vendetta, blocca il tempo nel punto in cui la storia può ancora essere scelta. La politica è un’inquadratura.

Un film “povero” nel senso migliore

Si vede la mano della scuola: essenzialità di mezzi, nettezza di intenzione, pratica di set condiviso. La LUC — per tradizione e struttura — forma attraverso il fare; qui l’insieme dei saperi (regia collettiva, fotografia, recitazione) compone una piccola sinfonia civile. È cinema pedagogico nel senso pasoliniano: non “edificante”, ma capace di far vedere la responsabilità come gesto quotidiano.

Oltre il film: il filo della memoria

Accostare l’azione di Porry Pastorel al martirio di don Buttarazzi non è una soluzione narrativa: è una necessità etica. La ricerca sulle stragi certifica l’uccisione del sacerdote; la tradizione dei Monti Prenestini conserva l’eco dello scampato eccidio dove la mediazione di un fotografo diventa dovere civile. Portare questo corto nelle scuole, nei musei diffusi della memoria, significa legare il volto degli anziani e dei ragazzi di oggi a una responsabilità antica: guardare non per consumare immagini, ma per rispondere.