La petite cuisine de Mehdi
La cucina come spazio simbolico dell’individuazione
di Martina Martinelli
C’è una dolcezza discreta nel modo in cui La Petite Cuisine de Mehdi ci introduce nel suo mondo: fin dalle prime inquadrature il film costruisce un’atmosfera calda, quasi domestica, fatta di mani che si muovono tra piatti ed ingredienti, colori vivi e baci rubati tra la sala e la cucina. Gesti delicati e minuziosi, lontani dalle urla e dalle nevrosi che negli ultimi anni hanno spesso colonizzato l’immaginario delle cucine sullo schermo, conducono lo spettatore dentro uno – almeno uno – dei mondi abitati dal protagonista: la cucina di un bistrot francese.
Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Freestyle Films, il film segna l’esordio alla regia di Amine Adjina che sceglie di portare sullo schermo una commedia degli equivoci che, ben presto, supera la leggerezza del genere e diventa spazio di riflessioni profonde sulla tensione tra cultura d’origine e cultura d’approdo, sul conflitto identitario e sull’impossibilità di essere “uno solo” quando si cresce tra più mondi.
Mehdi, giovane chef di Lione con origini algerine, vive sospeso tra due cucine, due modi di appartenere, due vite parallele:
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La Francia è luogo del progetto: è lo spazio in cui può immaginarsi libero, autonomo, adulto. Nel bistrot dove lavora e che sogna di rilevare con Léa, la sua compagna francese, c’è la possibilità concreta di costruire una vita che gli appartenga davvero; una vita scelta e non ereditata, più vicina al movimento naturale del proprio divenire. È un ambiente che gli permette di dirigersi verso il suo processo di individuazione, emancipandosi, integrando le sue parti contraddittorie e accogliendo la propria metamorfosi;
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L’Algeria, invece, è il luogo della radice, la matrice emotiva che lo abita: il territorio delle origini e di un passato che chiede fedeltà, della lingua della madre e dei sapori dell’infanzia. È qui che si colloca la figura di Fatima, madre affettuosa ma trattenente. Fatima custodisce le sue tradizioni come un’eredità fragile, con devozione e forza perché ha paura: teme, infatti, che la Francia renda i figli irriconoscibili, che la loro memoria culturale si dissolva. “La Francia mi ha rubato il marito, adesso ho paura mi rubi anche i figli”, dice. Senza volerlo, però, non concede a Mehdi lo spazio pieno della sua autonomia adulta e non legittima mai davvero la sua nuova vita. È una forma di castrazione affettiva: quella delle madri che trattengono per paura di perdere e che stringono invece di lasciare.
Mehdi nasconde la sua vita sentimentale e perfino la sua professione alla madre. La duplicità del protagonista non è solo narrativa, ma culturale, emotiva, identitaria. Il bistrot che i due innamorati desiderano rilevare è la loro creatura, un possibile tertium, l’unificazione degli opposti. Ma tutto si incrina quando la sorella di Mehdi rivela a Léa la presenza in città della madre. Da quel momento il protagonista cade in una spirale di sotterfugi, bugie e decisioni sbagliate. Léa non lo riconosce più, Fatima non l’ha mai conosciuto davvero e Mehdi deve interrogarsi su chi è veramente.
Adjina filma la cucina come uno spazio simbolico, dove il gesto culinario diventa espressione di un atto identitario mano a mano che la storia prosegue. Non è solo un luogo di lavoro o la stanza di una casa, ma un laboratorio emotivo in cui Mehdi tenta di tenere insieme ciò che in lui tende a dividersi.
Non solo, Adjina costruisce la famiglia come una seconda cucina: un insieme di ingredienti diversi che si mescolano, si respingono, si contaminano. E così, la madre sogna per il figlio una moglie algerina, mentre la vita di Mehdi si radica sempre di più in Francia. È il conflitto tipico di tanti figli di immigrati: proteggere la memoria senza sacrificare la libertà di costruire se stessi.
Il film trova i suoi momenti più intensi attorno al cibo: “sai perché ci piacciono i piatti tradizionali? Perché ci riportano ai ricordi, all’infanzia” e ancora: “se quando cuciniamo non pensiamo alla nostra famiglia, per chi cuciniamo?”. È il cous- cous ad avvicinare madre e figlio, è il berkoukes – piatto rituale – a ricordare l’infanzia, la memoria, l’origine condivisa. Eppure, proprio nel rapporto con il cibo, si rivela anche la distanza: “perché non mi hai mai insegnato a cucinare piatti algerini?” chiede Mehdi e “perché non mi hai mai invitata al tuo ristorante?” risponde Fatima.
Uno dei più sorprendenti momenti simbolici all’interno del film ci viene mostrato durante lo scambio di sguardi tra Mehdi e una giraffa. Nella letteratura etnica, la giraffa è spesso legata all’idea di visione, di sguardo sul mondo: grazie al suo collo lungo osserva più lontano di tutti, anche oltre le barriere culturali. La parola “zarafath”, dall’arabo “colei che cammina veloce” (grazie alle sue lunghe gambe) la rende simbolo di passaggio, di viaggio tra continenti, quindi di unione tra culture. Non sorprende, allora, che sia proprio una giraffa ad intercettare lo sguardo di Mehdi: è come se il film suggerisse che esiste un’altra prospettiva, una prospettiva capace di includere, integrare, generare un terzo spazio possibile.
Non si tratta di scegliere tra due culture, ma di comporne una terza: personale, autentica.
Con un equilibrio tra profondità e ironia, La Petite Cuisine de Mehdi restituisce un ritratto tenero e complesso di cosa significhi vivere tra più mondi e forse è questo che vuole dirci: una parte essenziale dell’amore – in una famiglia, in una relazione, nelle cose che ci formano e ci nutrono – passa inevitabilmente attraverso l’accettazione.
L’accettazione, prima ancora di essere un gesto affettivo, è un gesto identitario: significa riconoscere la complessità della propria storia, ciò che abbiamo ereditato e ciò che abbiamo scelto, lasciare spazio all’altro, ma anche a noi stessi, permettere alle nostre metamorfosi di esistere e di avviarci con coraggio verso l’affascinante processo di individuazione e il conseguente sviluppo di una personalità individuale.
Perché nella vita, nella famiglia, in cucina, se non abbiamo il coraggio di mettere noi stessi, tutto rimane insipido. È solo quando accettiamo – l’altro e noi stessi – che l’identità diventa un luogo abitabile, un punto in cui tornare a sé, proprio come gli ingredienti: mescolati, combinati, contaminati, ma autentici.
Quando ami devi essere coraggioso” cit.