LE CITTA’ DI PIANURA DI FRANCESCO SOSSAI
di Milena Sansonetti
Due amici di vecchia vecchissima data, Carlo Bianchi (detto anche CharlieWhite) e Doriano, passano le
giornate e le notti a bere, a passare da un bar o un locale all’altro, per bere “l’ultima” bottiglia di alcool.
Più passano da un bicchiere all’altro, più si dicono che quello sarà “l’ultima”. Sono due signori sulla
cinquantina che sono ormai troppo vecchi per crescere, e stanno aspettando il ritorno di un loro vecchio
compagno di bevute e avventure giovanili, Eugenio detto “Genio”, che ritorna dopo tanti anni in Italia
dall’Argentina, per far riportare in superficie un borsone contenente dei soldi ottenuti con un vecchio
lavoro passato.
Nel loro viaggio in macchina, i due amici fanno la conoscenza e raccattano un giovane studente
universitario, Giulio, e lo portano con sé lungo tutte le varie tappe appartenenti al loro passato, contro la
sua volontà. Da questo punto, nasce un rapporto speciale tra i tre uomini di due generazioni diverse, che
li porterà a vedere il loro mondo (interiore ed esterno) in un modo diverso, viaggiando per un’Italia
veneta in mezzo alle pianure, e che sta cambiando, man mano che il tempo scorre.
UNA GIOVANE PROMESSA ITALIANA:
Francesco Sossai è un giovane regista italiano, classe 1989, cresciuto a Belluno, Veneto, e che dopo aver
conseguito la laurea in Lingue e Letterature Moderne all’Università La Sapienza di Roma, ha studiato in
Germania seguendo il corso di regia della Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin di Berlino.
Seguendo il corso, ha avuto l’occasione di studiare con registi come Bela Tarr e Pedro Costa, e dopo aver
preso il diploma, ha esordito con il suo primo lungometraggio: “Altri Cannibali”, premiato con il Vanguard
Award al Vancouver International Film Festival 2022.
“Le città di pianura” è quindi il suo secondo lungometraggio. Presentato all’ultimo Festival del Cinema di
Cannes nella sezione Un Certain Regard. Distribuito dalla Lucky Red, il film è nei cinema dal 25 Settembre
ed è stato visto (nel momento in cui sto scrivendo la recensione) da circa 2000 persone.
Un traguardo davvero sorprendente per un regista italiano sconosciuto e che è solamente all’inizio della
sua carriera. Sossai ha scritto una sceneggiatura (insieme ad Adriano Candiago) per certi versi già vista in
altri film che parlano di amicizia maschile e di viaggi on the road. La premessa di “Le città di pianura”
sembrava essere, a giudicare dal trailer, quella di un’ennesima storia di due boomer che ricordano i bei
vecchi tempi e di quanto tutto fosse molto più bello, quando erano giovani.
Carlo e Doriano potrebbero anche sembrare questa descrizione, ma la sceneggiatura del film non lo fa
mai cadere in dialoghi imbarazzanti o scontati, o che sembrano invecchiati appena vengono detti. Il film
trasuda svogliatezza e simpatia ispirandosi a “Il Sorpasso” di Dino Risi, ma ha anche la spontaneità e la
sfacciataggine di “Amici miei” di Mario Monicelli, quasi riportando il pubblico in un’Italia che ormai non
c’è più.
La regia di Sossai è uno sguardo evoluto e moderno (per il cinema italiano): risalta i luoghi, le
microespressioni degli attori con i primissimi piani, i pensieri dei personaggi e ciò che desiderano amare,
bere o mangiare (per esempio l’inquadratura ad angolo che mostra in primo piano un cocktail di gamberi
sfocato, mentre sullo sfondo c’è uno dei protagonisti in chiaro); e quindi l’attenzione ai dettagli e ai
particolari del cibo e dei colori. Il montaggio pure, si sposa con la regia, riuscendo a non annoiare e a
rendere il film più piacevole e vispo.
Se solamente in Italia si dessero molte più occasioni e si scommettesse sulle menti giovani, che sono
ancora nuove e un po' bambinesche (non in senso negativo), magari si avrebbe un cinema italiano
odierno più diversificato e meno monotono.
TRA NOSTALGIA E RISCOPERTA:
Carlo e Doriano sono due amici di mezza età che hanno già vissuto la loro giovinezza e si può dire che non
l’hanno sprecata: tra bevute memorabili e lavori momentanei, senza farsi mancare i problemi con la
legge. Eppure nonostante non siano più tanto giovani, continuano questa vita fatta di alcool e
scorribande, viaggiando sulla macchina di Carlo lungo le città provinciali o i piccoli paesini, in mezzo alle
montagne o tra i canali di Venezia.
La realtà è che loro continuano questo giro di drink per rimanere intrappolati in un passato fatto di gioia,
leggerezza, mancanza di responsabilità, ma anche fatto di promesse di lavoro e di fortuna che poi non si
sono avverate. Carlo e Doriano sono due, tra i moltissimi lavoratori che hanno perduto quasi tutto, a
causa della crisi economica del 2008, una crisi da cui il mondo non si è ancora ripreso.
L’incontro con il giovane introverso Giulio è un’occasione per ritrovare vecchi luoghi ormai abbandonati,
promesse o traumi seppelliti sotto la terra e che, attualmente, non vedranno la luce, poi amori andati,
elegie. Mentre per il ragazzo è l’opportunità per scoprire (o riscoprire) una leggerezza dimenticata: un
mondo lontano dalle ansie da prestazioni, dalle aspettative, dagli studi dell’università, o dai sentimenti.
Due episodi fomentano e sottolineano il legame che si crea tra i tre protagonisti: il primo è il finto
sopralluogo della villa rinascimentale del conte e il secondo è la visita al Memoriale Brion. In uno c’è la
consapevolezza che tutto ciò che si conosceva è destinato a sparire, per essere sostituito (o preso
d’assalto) dalla modernizzazione, che cancella la bellezza dell’arte e della natura. Nell’altro invece, c’è la
celebrazione del lutto, che permette di continuare a guardare, oltre la morte.
CONCLUSIONE:
“Le città di pianura” sono l’elogio funebre per un’Italia che si sta “americananizzando”, o che lo fa
sembrare un altro paese. Un cocktail mischiato, shakerato, influenzato, annacqauto fino a diventare
anonimo e senza identità o riconoscimento, da parte soprattutto dei suoi stessi ingredienti.
Sossai ha diretto un’opera amara, dolce, empatica, non giudicante, nostalgica ma anche contemporanea,
portato sulle spalle da tre volti di attori poco, o per niente noti, tra cui: Pierpaolo Capovilla, leader e
fondatore della band One Dimensional Man e del gruppo rock Il Teatro degli Orrori, e marxista convinto;
Sergio Romano, attore veterano che abbiamo visto in moltissime fiction come “L’onore e il rispetto”,
“Squadra Antimafia”, “Che Dio ci aiuti”, ma ha anche partecipato a opere sperimentali come “Romulus-la
serie”; e infine la giovane promessa Filippo Scotti, “scoperto” da Paolo Sorrentino per il suo “E’ stata la
mano di Dio”, e che continua a sorprendere con la sua giovane intensità.