1 ott 2026 · @Massimiliano Artibani
Tel Aviv, di notte, siamo sopra un tetto
Sullo sfondo, la città fa quello che fanno di solito le città di notte: finestre accese, motorini, qualcuno che cerca parcheggio da venti minuti. Davanti, un uomo senza volto spiega come si costruiva un obiettivo a Gaza. Parla come un geometra che illustra una pratica edilizia. Soglie, approvazioni, margini di errore.

Più avanti, un’altra delle voci del film descrive quel lavoro come «pazzescamente divertente». Un videogioco, dice.
Uscendo dalla sala, quello che resta addosso è la sensazione di freddo sulla pelle. Il sangue, i numeri, perfino le immagini di macerie le abbiamo già viste mille volte sul telefono, tra una ricetta e una pubblicità di materassi. Il pugno arriva dal tono di voce. Dalla calma con cui persone istruite, probabilmente gentili con il barista sotto casa, ammettono di aver saputo che a ogni attacco sarebbero morti civili, tanti civili, e di aver firmato lo stesso.
Il titolo, poi, è già gran parte della recensione. Naza, in ebraico, vuol dire «danno collaterale» ([Al Jazeera](https://www.aljazeera.com/news/2026/9/24/naza-israeli-film-on-gaza-to-stream-for-free-after-theatrical-run)). Una parola di quattro lettere che fa inghiottire un bambino nel buco nero di un acronimo. Questo mio scritto prova a rispondere a una domanda sola, che è anche la più ingenua: come si arriva a tutto questo? Come fa un sistema nervoso umano, che dovrebbe essere cablato per sentire il dolore altrui, a trasformare tutto ciò in una semplice voce di bilancio?
Cosa racconta il film
Naza è un docufilm che dura ottanta minuti e lo firmano Yuval Abraham e Rachel Szor, due registi israeliani che molti ricordano per No Other Land. Innanzi tutto ha vinto il Premio speciale della giuria a Venezia ed è arrivato nelle sale italiane il 28 settembre con I Wonder Pictures (Artribune). Da novembre sarà visibile gratis sul sito del Guardian, che lo ha coprodotto.
Un film su una guerra che nel girato quasi non si vede ma la cosa che colpisce è che non serve che lo faccia. Il film è costruito sulle testimonianze di ventiquattro persone uscite dall’intelligence e dall’esercito israeliano, intervistate di notte sui tetti di Tel Aviv, al buio. Nasce dall’inchiesta portata avanti per quasi tre anni da Guardian, +972 Magazine e Local Call. Al centro c’è “Lavender”, un sistema di intelligenza artificiale che secondo le fonti selezionava i bersagli da colpire incrociando i dati della sorveglianza di massa su Gaza, con un margine d’errore stimato fino al 10 per cento. Una delle fonti racconta un attacco approvato sapendo che potevano morire fino a 500 civili (Al Jazeera).
Per onestà di cronaca va raccontato anche il resto. In Israele il film è stato accolto come un tradimento: il ministro della Cultura ha chiesto di revocare la cittadinanza ai due registi e il capo di stato maggiore lo ha definito un attacco al Paese intero. In risposta è circolato un documentario di segno opposto, Naza: The Real Story, in cui comandanti dell’esercito rivendicano le regole d’ingaggio e accusano Hamas di usare edifici civili come scudo cosa fra l’altro che si sa da anni bene prima dell’attacco a Gaza. Le accuse del film restano accuse, contestate dal governo israeliano. Questa è un disputa che dal mio punto di vista distrae ed alimenta la polarizzazione del dibattito di opinione, inutile rispetto ai fatti reali. Quello che interessa si trova ad una diversa profondità rispetto alla disputa sui numeri: è la modalità con cui chi parla racconta ciò che ha fatto.
Eichmann seduto davanti una semplice scrivania
Nel 1961 Hannah Arendt va a Gerusalemme per seguire il processo ad Adolf Eichmann e si aspetta un mostro. Trova un funzionario. Un uomo che parla per frasi fatte, ossessionato dalla carriera, incapace di pensare dal punto di vista di un altro. Da lì nasce la formula che tutti citano e pochi hanno letto: la banalità del male. Il male estremo, dice Arendt, può essere compiuto da persone normalissime che smettono di pensare e si limitano a eseguire.
Il punto forte di questa idea è evidente guardando Naza. Le voci sui tetti hanno la stessa grammatica burocratica: procedure, soglie, approvazioni. La formula però ha un tallone d’Achille, e non è banale. Nel 2011 la storica Bettina Stangneth, studiando le registrazioni fatte da Eichmann in Argentina, ha mostrato un uomo tutt’altro che grigio: un nazista convinto, che rivendicava ciò che aveva fatto. L’aria da impiegato era anche una recita difensiva. Ecco il dettaglio morale per noi: il tono piatto di un testimone può nascondere un’adesione ideologica viva. La freddezza è un dato da interpretare, mai una prova di vuoto interiore.
Arriva poi la psicologia sociale a darci gli strumenti per cominciare ad analizzare. Stanley Milgram, negli stessi mesi del processo, dimostra che la maggioranza dei volontari è disposta a dare scosse elettriche presunte letali a uno sconosciuto se un’autorità con un camice glielo chiede. Albert Bandura, qualche decennio dopo, cataloga i trucchi con cui una persona spegne la propria coscienza senza spegnere se stessa. Li chiama meccanismi di disimpegno morale, e leggerli dopo il film fa impressione, lascia sbigottiti. C’è l’etichettamento eufemistico, cioè chiamare «danno collaterale» un corpo, l’uso consapevole di parole che impattano meno emotivamente. C’è lo spostamento di responsabilità, che qui ha trovato il suo strumento perfetto nell’uso di un algoritmo: ha deciso Lavender, io ho solo approvato. C’è la diffusione di responsabilità, perché ogni anello della catena fa un pezzetto e nessuno fa il tutto, chi firma un documento, chi flagga una seconda voce e così via. E c’è la deumanizzazione, il passaggio in cui l’altra persona smette di essere una persona e diventa un bersaglio video, un punteggio numerico, un pixel.
Aggiungo un nome meno noto, Dave Grossman, ex ufficiale americano che in On Killing ha raccolto decenni di dati sulla resistenza istintiva degli esseri umani a uccidere. Questa la sua tesi: più siamo distanti dall’altro più la nostra resistenza diminuisce, sentiamo sempre meno. Uccidere con un coltello è difficilissimo, con un fucile meno, da un bombardiere quasi per niente. Un sistema che sceglie i bersagli al posto tuo è l’ultimo gradino di questa scala. La distanza qui è anche cognitiva, pensateci: dal tetto di Tel Aviv a Gaza ci sono una sessantina di chilometri e la barriera di uno schermo.
Ma c’è comunque un limite a tutto questo apparato, è che spiega il come e lascia scoperto un pezzo del perché. Bandura descrive i trucchi della mente, Milgram la forza dell’autorità. Nessuno dei due ci dice cosa succede nel corpo di chi li usa. Ed è qui che sostengo entrano in gioco le teorie del trauma.
I neuroni specchio non sono un’assicurazione di umanità
Qui conviene subito smontare un mito che ci piace molto. Negli anni Novanta il gruppo di Giacomo Rizzolatti, a Parma, scopre nel cervello delle scimmie neuroni che si attivano sia quando l’animale afferra una nocciolina sia quando vede un altro farlo. Da questo punto la saggistica divulgativa ha costruito una sua narrazione: noi esseri umani siamo cablati per l’empatia, il dolore dell’altro ci risuona dentro in automatico. È una storia bellissima da immaginare, e come tutte le storie bellissime sarebbe meraviglioso se fosse completamente così. Il neuroscienziato Gregory Hickok ha dedicato un libro intero, Il mito dei neuroni specchio, a ridimensionarla: la risonanza motoria esiste, il salto da lì alla compassione morale è tutto da dimostrare, anzi a volte è talmente forte che attiva la protezione del sistema nervoso e facciamo il contrario reagiamo addirittura in maniera violenta.
Anche prendendo la versione più ottimista, resta un problema enorme la presenza del gruppo. L’empatia funziona come un regolatore di luminosità, e la manopola la gira il gruppo. Uno studio di risonanza magnetica pubblicato su Social Neuroscience nel 2019 ha misurato la risposta cerebrale di alcuni volontari mentre guardavano persone provare dolore. La risposta era forte per i membri del proprio gruppo e per altri gruppi esterni, ma percepiti come innocui, e spariva quasi del tutto davanti al gruppo esterno vissuto come rivale (Richins e colleghi). Un altro esperimento, condotto in Polonia, ha esposto i partecipanti a commenti d’odio contro gli arabi prima di mostrare loro storie di sofferenza: l’obiettivo era vedere se il discorso d’odio abbassasse l’attività delle aree cerebrali dell’empatia verso il gruppo bersaglio (studio su PMC). La letteratura ha perfino un nome per tutto questo: intergroup empathy gap, il divario empatico tra noi e loro.
Tradotto per noi comuni mortali: i neuroni specchio ci sono, ma lo specchio ha una cornice, e la cornice la disegnano la paura, la minaccia percepita, il linguaggio che respiriamo ogni giorno. Lo psicologo Paul Bloom, in Contro l’empatia, si spinge a dire che l’empatia è un pessimo consigliere morale proprio perché è parziale, parrocchiale, facile da manipolare. Ha ragione a metà. L’altra metà ci viene suggerita dalle scienze del corpo: Antonio Damasio ci ha insegnato che senza i segnali viscerali, quelli che lui chiama marcatori somatici, le decisioni morali diventano calcoli senza peso. La conoscenza incarnata esiste. Resta da capire cosa succede quando il corpo arriva la punto di smettere di mandare quei segnali.
L’ipotesi del gelo
Ecco la domanda che il film mi ha lasciato sulla pelle. E se quella freddezza fosse un sintomo? Se dietro il tono da geometra ci fosse un sistema nervoso andato in letargo, allenato fin dall’infanzia a non sentire?
Stephen Porges, con la teoria polivagale, ci offre per questa ipotesi la mappa più conosciuta. Il nostro sistema nervoso autonomo, semplificando molto, ha tre marce. La prima è la connessione sociale: il volto si anima, la voce si modula, siamo capaci di sintonizzarci con l’altro. La seconda è l’attacco o la fuga: il cuore accelera, il mondo si restringe a una minaccia. La terza è il collasso, lo spegnimento: quando lottare e scappare sono impossibili, il corpo stacca la spina. Porges chiama neurocezione la valutazione inconscia, continua, con cui il corpo decide in quale marcia stare. Deb Dana ha trasformato questa mappa in uno strumento clinico, la scala autonomica, e ha insistito su un punto prezioso: si può restare a lungo, anche per anni, in uno stato di attacco/fuga o addirittura in uno di freeze e dissociazione credendo che sia normale.
Peter Levine, osservando gli animali selvatici, ha descritto la stessa terza marcia come immobilità tonica, il congelamento della gazzella sotto le zampe del leone. Gli animali ne escono tremando e scaricando. Gli esseri umani, dice Levine, spesso restano incastrati a metà, con l’energia della paura chiusa dentro. Bessel van der Kolk, in Il corpo accusa il colpo, racconta veterani del Vietnam che non riuscivano più a provare nulla, né orrore né tenerezza: l’intorpidimento emotivo è uno dei segnali più nitidi del trauma cronico. Pat Ogden parla di finestra di tolleranza, la fascia di attivazione dentro cui riusciamo a sentire senza esserne travolti. Sopra c’è l’iperattivazione, sotto l’ipoattivazione: piattezza, distacco, la sensazione di guardarsi vivere da fuori.
Il contributo più forte e tagliente per leggere Naza, però, viene da Janina Fisher. Riprendendo la teoria della dissociazione strutturale, Fisher descrive la personalità traumatizzata come divisa in parti. C’è una parte che va al lavoro, paga le bollette, sorride al barista: funziona benissimo. E ci sono parti che custodiscono il terrore, la vergogna, la rabbia, murate, rinchiuse in cantina. La parte funzionante può fare cose orribili con una calma perfetta, perché il dolore è stato depositato altrove. Lo psichiatra Robert Jay Lifton, intervistando i medici nazisti di Auschwitz, aveva trovato qualcosa di molto simile e l’aveva chiamato doubling, sdoppiamento: una sorta di secondo sé costruito a posta per il campo, capace di selezionare chi mandare al gas e poi scrivere lettere affettuose alla moglie.
Gabor Maté allarga il campo di valutazione fino a farlo diventare una diagnosi di civiltà. Per lui il trauma è prima di tutto disconnessione da se stessi, e la nostra cultura la coltiva come una virtù: il bambino che non piange, il soldato che non trema, il professionista che non si lascia coinvolgere. In Il mito della normalità sostiene che molto di ciò che chiamiamo normale è in realtà adattamento al dolore. Se ha ragione, la freddezza di quelle voci sarebbe l’estremo di uno spettro su cui stiamo tutti e ripeto tutti, spazzini, docenti, studenti, imprenditori, politici, governanti.
Mettiamo insieme i pezzi. Una persona cresciuta in un ambiente di allarme costante, magari dentro una memoria familiare e collettiva di persecuzione, poi arruolata a diciotto anni, per tre anni, lontana dalla famiglia poi guarda coso, esposta all’orrore del 7 ottobre, poi messa davanti a uno schermo che trasforma le persone in punteggi. Il suo corpo potrebbe aver imparato a vivere stabilmente sotto la finestra di tolleranza, almeno verso «loro». È un’ipotesi potente. Ed è anche, come vedremo, un’ipotesi che si presta a parecchi attacchi.

Lo schema riassume l’ipotesi: la storia personale prepara il terreno, l’istituzione semina, e il sentire può tornare, spesso molto tempo dopo.
Dove l’ipotesi scricchiola
Voglio fare l’avvocato del diavolo e presentare i punti deboli subito
Un’idea che spiega tutto di solito spiega poco, quindi proviamo ad attaccarla.
Prima obiezione: «divertente» non è congelamento. La fonte che paragona il lavoro a un videogioco racconta eccitazione, coinvolgimento, quasi piacere. Questo non ha niente della gazzella immobile di Levine. Sembra la seconda marcia di Porges, quella simpatica, accesa e ingaggiata, una parte attacco in piena regola.
La controrisposta sta proprio nel modello delle parti di Janina Fisher: la dissociazione può essere selettiva. Una persona può essere spenta verso il dolore di chi sta sotto le bombe e accesissima verso il gioco, la sfida tecnica, l’approvazione del superiore. La gamificazione serve esattamente a questo, offre al sistema nervoso un gioco in cui l’altro scompare.
Seconda obiezione: spiegare è scusare. Se trasformiamo i carnefici in pazienti, li assolviamo. È l’accusa più seria, e chi lavora con il trauma la conosce bene.
La risposta è che capire un meccanismo non serve a giustificarlo, ma serve a interromperlo, e nessuno dei clinici citati confonde la comprensione con l’impunità. Fisher, in terapia, chiede a ogni parte di assumersi la propria storia. Anzi, l’idea che il male nasca da persone ferite è più inquietante di quella del mostro, perché toglie a tutti noi l’alibi del sentirci diversi e superiori gli agli altri.
Terza obiezione: le basi scientifiche sono fragili. La teoria polivagale è a ancora sotto analisi scientifica, contestata da diversi fisiologi, che ne criticano sia l’anatomia evolutiva sia le misure; alcune tesi di van der Kolk sulla memoria traumatica sono discusse.
È vero. Queste teorie funzionano meglio come mappe cliniche che come leggi di natura, e io le uso così: la mappa resta diversa dal territorio, eppure la mappa è fondamentale, senza di essa ci si perde.
Quarta obiezione, è la più scomodare le sue implicazioni sociali ed etiche: la dissociazione si può fabbricare. Cercando materiale per questo articolo mi sono imbattuto in un contributo presentato in un convegno canadese da una ricercatrice della Difesa, Simone Cutts. Propone che un indottrinamento mirato aumenti la capacità dei soldati di dissociarsi dagli eventi che potrebbero ferirli moralmente, così da ridurre colpa e vergogna (EconPapers). Il testo lo presenta come uno strumento per aumentare la resilienza. Letto dopo Naza fa un altro effetto. Significa che il gelo può arrivare dall’alto, da un addestramento, senza bisogno di un’infanzia traumatica. L’ipotesi va quindi corretta: il trauma precoce prepara il terreno, l’istituzione semina. Servono entrambi, e il secondo può bastare da solo.
Quinta obiezione: la diagnosi collettiva. Dire che «una società intera» è dissociata è una generalizzazione che rischia di diventare essa stessa disumanizzante.
In questo caso il film stesso offre la smentita più bella: ventiquattro persone hanno parlato. Hanno scelto di ricordare, di dare voce all’ombra nascosta nel pozzo. La letteratura sul trauma morale, la moral injury, racconta proprio questo: il sentire che torna a galla, spesso anni dopo, sotto forma di vergogna, insonnia, attacchi di panico. Il gelo raramente è totale.
Una società in modalità aereo
Arriviamo alla parte che riguarda chi legge, cioè noi.
Nel 1959 il filosofo Günther Anders comincia a scrivere a Claude Eatherly, il pilota americano che aveva dato il via libera meteorologico al bombardamento di Hiroshima e che negli anni successivi era crollato sotto il peso della colpa. Da quelle lettere esce un’idea che oggi suona profetica: definito il dislivello di Prometeo. Siamo capaci di produrre effetti enormemente più grandi di quelli che riusciamo a immaginare e a sentire. Possiamo uccidere centomila persone con un gesto, e la nostra immaginazione si ferma a una decina, la nostra compassione a una. Anders lo scriveva pensando alla bomba atomica. Lavender ne è una versione aggiornata, con un’interfaccia più comoda.
Lo psicologo Paul Slovic, decenni dopo, ha misurato lo stesso fenomeno in laboratorio e l’ha chiamato psychic numbing, intorpidimento psichico. La nostra disponibilità ad aiutare cala quando le vittime passano da una a due, e crolla quando diventano migliaia. Un bambino annegato su una spiaggia ci spezza, un bilancio di settantamila morti ci lascia lì freddi a guardare il soffitto. Questo è un difetto di fabbrica del nostro sistema nervoso, e lo condividiamo tutti, dal tetto di Tel Aviv al divano di casa.
C’è poi il modo in cui guardiamo. Come ha notato Margherita Bordino recensendo il film, il problema contemporaneo è la velocità con cui consumiamo le immagini di guerra, più che la loro scarsità (Artribune). Una città rasa al suolo dura il tempo di uno scroll, inoltre basta un reel “divertente” su Instagram e la sensibilità è già sparita dal nostro corpo. Se ogni giorno attraversiamo decine di micro-orrori senza poterci fare nulla, il corpo impara la lezione che impara ogni corpo esposto a una minaccia ripetuta e ineludibile: abbassa il volume. In termini polivagali, scendiamo di qualche gradino. Come direbbe Maté, chiamiamo normalità quella che è invece anestesia.
Anche il nostro linguaggio ha i suoi naza. «Operazione», «bilancio», «escalation», «risposta proporzionata». Parole che servono a raccontare la guerra e che, ripetute, servono anche a non sentirla. Tra chi approva un bersaglio e chi scorre una notizia c’è un abisso di responsabilità, e va detto senza giri di parole. Il meccanismo nervoso di fondo, però, è lo stesso, e riconoscerlo in noi è l’unico modo per non trasformare il film in un comodo spettacolo sul male degli altri.
Ventiquattro voci al buio
Torno al tetto. Ci ho ripensato parecchio, a quella scelta di regia, e mi sembra la vera tesi del film. In primo piano c’è un uomo che racconta l’orrore con la voce di un impiegato. Alle sue spalle una città illuminata che continua la sua serata. È l’immagine esatta della dissociazione: due realtà nello stesso fotogramma che non si toccano.
Levine, quando lavora con un trauma, non chiede al paziente di rituffarsi nel ricordo tutto in una volta. Procede a piccole dosi, la chiama titolazione, e alterna il contatto con il dolore al contatto con qualcosa che regge, un appoggio, un respiro. Un film documentario, se è fatto bene, fa qualcosa di simile con un intero pubblico. Ti tiene in sala ottanta minuti, ti impedisce lo scroll, ti costringe a restare con una voce sola finché la voce non diventa una persona.
Yuval Abraham ha detto che migliaia di soldati israeliani si riconosceranno in quello che il film racconta, e ha chiesto loro di trovare il modo di testimoniare. La psichiatra Judith Herman lo scriveva già trent’anni fa: la guarigione dal trauma comincia quando qualcuno ascolta. Vale per le vittime. Forse, in un modo più scomodo, vale anche per chi ha premuto il pulsante.
Non so se quelle ventiquattro persone stiano sentendo qualcosa adesso, di notte, quando la città finalmente tace. So che hanno parlato. E so che, a fine proiezione, quando le luci si sono riaccese, in sala tutti sono rimasti seduti in silenzio.
Fonti
- Artribune, recensione di Margherita Bordino (28 settembre 2026)
- Al Jazeera, uscita in streaming e contenuti del film (24 settembre 2026)
- Richins et al., Social Neuroscience, 2019: empatia e gruppi rivali
- Studio fMRI su discorso d’odio ed empatia verso l’outgroup
- Cutts, dissociazione e moral injury in ambito militare
- Bibliografia di riferimento: H. Arendt, La banalità del male; B. Stangneth, La verità del male; A. Bandura, Disimpegno morale; D. Grossman, On Killing; G. Hickok, Il mito dei neuroni specchio; P. Bloom, Contro l’empatia; S. Porges, La teoria polivagale; D. Dana, La teoria polivagale nella terapia; P. Levine, Somatic Experiencing; B. van der Kolk, Il corpo accusa il colpo; P. Ogden, Il trauma e il corpo; J. Fisher, Guarire la frammentazione del sé; R.J. Lifton, I medici nazisti; G. Maté, Il mito della normalità; G. Anders, Il pilota di Hiroshima; J. Herman, Guarire dal trauma.