Hamnet, il varco della memoria

di Luisa Scotto

Ispirato al romanzo di Maggie O’Farrell, il film di Chloé Zhao porta in primo piano
lo sguardo di Agnes: un racconto di maternità, intuizione e forza primordiale, dove
il teatro nasce dal pianto delle radici e dai silenzi della terra, in un mondo sospeso
tra realtà e mito. Non è un biopic su Shakespeare, ma una storia che precede la sua
opera più celebre.

il film sarà nelle sale dal 6 febbraio

In una brughiera battuta dal vento vive Agnes, una giovane donna in profondo
ascolto della terra. Figlia di una saggezza antica e di un mondo che la gente teme
di non comprendere, conosce i segni della natura come un linguaggio segreto.
Quando il giovane William Shakespeare la incontra, resta catturato dal suo sguardo
e dal mistero che la circonda. Dall’unione dei due nasce una famiglia vibrante: tre
figli, tra cui i gemelli Judith e Hamnet.

Ma mentre William lascia Stratford per le luci e ombre di Londra, il destino
colpisce con forza. La perdita improvvisa di Hamnet spezza il fragile equilibrio
domestico e costringe Agnes ad affrontare un dolore che la riporta al cuore stesso
della natura. Da quel lutto nascerà, attraverso la mano del poeta, Hamlet, un’opera
che diventa eco di un figlio perduto e canto immortale sull’amore, la memoria e la
sopravvivenza del legame umano.

Fin dalla prima inquadratura, Agnes è incorniciata tra le radici muschiose di un
grande albero. Il film mostra che la natura non è sfondo, ma grammatica. Zhao
filma lo spazio come una seconda coscienza: l’immagine naturalistica non descrive,
ma avverte, trattiene, prepara. I campi lunghi e lunghissimi mostrano i personaggi
immersi in spazi più grandi di loro, sottolineando la piccolezza dell’umano di
fronte al lutto e alla memoria collettiva. Le soglie ricorrono: porte, sottotetti
triangolari, varchi nel bosco, passaggi bui che non separano ma mettono in
comunicazione. Ogni attraversamento è già un frammento di morte o un anticipo di
rinascita. La natura comprende prima, custodisce e non dimentica.

C’è una sequenza che racchiude la poetica di Zhao: il parto dei gemelli. Agnes è
costretta in casa, mentre fuori il fiume straripa. L’acqua si insinua sotto la porta,
risale le pareti e riflette una luce lattiginosa che confonde interno ed esterno, corpo
e paesaggio. In quell’immagine, nascita e minaccia coincidono. È come se il mondo
trattenesse il fiato, consapevole che ogni vita porta con sé il rischio della perdita.
Zhao filma l’acqua come un linguaggio della terra e ogni goccia diventa segno del
legame invisibile tra ciò che nasce e ciò che scompare.

I colori svolgono il ruolo dei soliloqui nella tragedia: raccontano l’interiorità e
diventano psicologia incarnata. Agnes, vestita di rosso, è la linfa della vita, il
sangue, la terra, la forza femminile. William e Hamnet invece, sono avvolti nei blu e
negli azzurri: tonalità di distanza, acqua, nostalgia e incompiutezza. Dopo la morte
del figlio, Agnes abbandona il rosso acceso per tonalità più fredde, come se la sua
stessa identità cromatica venisse sospesa, finché non “ritrova” il figlio nel teatro.
La luce è quasi sempre crepuscolare, sospesa, come se esistesse un perenne prima
o dopo e mai un durante. Il tempo del lutto non è cronologico ma rituale. Il buio
non è minaccia, ma varco, e il vento e l’acqua diventano indici che anticipano
perdita o trasformazione. Anche il suono segue questa traiettoria: il fruscio del
vento, la colonna sonora che imita il battito cardiaco nei momenti di ansia o
minaccia e i silenzi rituali creano uno spazio sensoriale in cui dolore e memoria
non sono narrati, ma vissuti. Natura e suono diventano corpo del lutto,
anticipandolo e accompagnandolo.

La foresta non è scenario: è soggetto, testimone e custode. Alberi e radici sono
varchi e contenitori di memoria, premonizione e spazio del dolore. Tutto ciò che
Agnes conosce della vita, della morte e della perdita passa attraverso questo
mondo vivente, che parla prima ancora di lei.

Jessie Buckley è ipnotica: Agnes vive nel corpo prima che nelle parole, percepisce
prima di parlare, trasmettendo dolore e saggezza. Paul Mescal è un William
Shakespeare umano e vulnerabile, sospeso tra dubbio e necessità di creare, la sua
presenza riflessiva e inquieta contrasta con la solidità radicata di Agnes. Il giovane
interprete di Hamnet porta una sospensione delicata: non un realismo infantile, ma
una presenza eterea, già sensibile all’aldilà. La chimica tra Buckley e Mescal regge
ogni scena con uno sguardo o un lieve gesto, amplificando il senso di intimità e
perdita.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Hamnet ha ricevuto una lunga standing
ovation: il pubblico, visibilmente toccato, ha riconosciuto nella regia di Zhao la rara
potenza di un dolore reso forma, di un lutto che diventa visione condivisa. Il film
uscirà nelle sale italiane il 5 febbraio 2026, promettendo di restare nella memoria
critica del cinema contemporaneo.

Parte con spoiler

Il primo incontro tra Agnes e William avviene come un presagio. Agnes, selvatica e
silenziosa, osserva il giovane William, ancora ignaro del suo destino di poeta. Per
rompere il silenzio, lui le racconta la storia di Orfeo ed Euridice, il cantore che
discese agli Inferi per amore e, voltandosi a guardare, la perdette per sempre. Da
quel momento, la loro storia sembra scritta dentro quella leggenda, ma solo per
poterla sovvertire. Nel film è lei a prendere la parola e lo sguardo: non è più
l’uomo che fallisce per aver guardato, ma la donna che, con dolce fermezza, dice
“Guardami”.

In quell’invocazione non c’è colpa, ma salvezza: è lo sguardo che libera, non quello
che imprigiona. Agnes diventa soglia e guida, non corpo trattenuto. L’amore, in
Hamnet, non possiede ma accompagna. La sovversione del mito attraversa il film
come un battito segreto.

Il film lavora sottilmente sul tema dello scambio, che diventa la figura tragica più
profonda. Dalla nascita dei gemelli, quando si teme per la vita di Judith, fino alla
peste, in cui Hamnet prende il posto della sorella malata per “ingannare la morte”,
ogni gesto riscrive il confine tra chi resta e chi scompare.

Anche William partecipa a questo gioco di riflessi: dopo la morte del figlio diventa
lui stesso il fantasma in scena, interpretando il re in Amleto. Ma quando sussurra
“Remember me”, non è più il padre che chiede memoria, ma il figlio che ritorna
attraverso la voce del padre. Prima del dramma letterario c’è il dramma umano, la
perdita.

Le mani che per un attimo non si toccano sul letto della perdita vengono restituite
nel gesto finale del teatro, quando il pubblico intero tende le proprie verso l’attore,
verso Agnes, verso la vita che torna a respirare. La natura che aveva custodito il
dolore lo trasforma in eco; il teatro lo restituisce come canto e memoria
Tutto il film è un passaggio di testimone tra mondi: tra madre e figlio, tra vita e
rappresentazione, tra la terra e la scena. Nel cuore di questa metamorfosi, Zhao
intreccia i due linguaggi che conosce meglio, vento e luce, per dire che ricordare
non è trattenere, ma lasciar passare.

Quando, nel finale, Agnes guarda il figlio attraversare il varco buio sul palcoscenico
e posa la mano sul cuore, il mito di Orfeo si compie al contrario: non c’è più chi si
volta per perdere, ma chi guarda per salvare. Così il dolore diventa gesto poetico, e
la tragedia privata si apre alla memoria condivisa. La natura conserva ciò che il
corpo perde; il teatro restituisce ciò che la morte separa.

In quel doppio respiro, tra bosco e palcoscenico, Hamnet insegna che l’arte è la
forma più alta del ricordo e che amare davvero significa sapere accompagnare oltre
la soglia.