La finestra sul cortile

di Beatrice Rosanova

Cosa succede quando il confine tra curiosità e invadenza viene inevitabilmente oltrepassato e il mondo che tanto ci piace osservare si trasforma in una minaccia? La risposta di Alfred Hitchcock è un brillante thriller tratto da un racconto di Cornell Woolrich. “La finestra sul cortile” (Rear Window) ci costringe a riflettere sulla nostra etica dello sguardo e fa di una situazione scomoda ma ordinaria il pretesto per riflettere sulla natura seduttiva del cinema stesso.

L.B Jefferies è un fotoreporter disilluso e scorbutico che da quasi due mesi è bloccato nel suo appartamento di New York con una gamba ingessata, indice non solo della sua condizione fisica, ma anche di quella emotiva. La noia che lo opprime, infatti, trasforma il suo passatempo in ossessione: lo spionaggio sistematico della vita dei suoi vicini. Il protagonista matura l’angosciante sospetto che un vicino, il signor Thorwald, abbia commesso un omicidio e tenterà in ogni modo di scoprire la verità.

L’isolamento di Jeffries lo vede giostrarsi tra la fidanzata Lisa Fremont e l’infermiera Stella. Lisa è la rappresentazione della ricchezza e della mondanità e lotta per convincerlo a cambiare stile di vita nonostante i due siano estremamente diversi. Stella, invece, è la voce pragmatica che lo rimprovera eticamente per il suo voyeurismo, definendolo un guaio: “I can smell trouble right here in this apartment. First you smash your leg, then you got to looking out the window, see things you shouldn’t see… Trouble.” Jefferies si rivolge anche all’amico e detective Thomas J. Doyle, che si mostra scettico riguardo i suoi sospetti.

La prima inquadratura vede la cinepresa all’interno dell’appartamento compiere una panoramica, introdurre visivamente il cortile e dare alcuni indizi sul protagonista, inclusi il suo nome e il suo lavoro, deducibili dalla scritta sul gesso e dallo spostamento dell’inquadratura da una foto all’altra presenti nell’appartamento.

Il film fu realizzato nel 1954, periodo cruciale per Hollywood, minacciata dall’ascesa della televisione. Venne per questo scelto il formato VistaVision, un sistema cinematografico a grande schermo che aumenta notevolmente la risoluzione. Per rendere giustizia al meglio a questa qualità visiva, Hitchcock costruì un set in studio, senza girare in esterni. Questo riflette il controllo assoluto del regista nell’universo diegetico, rispecchiato ugualmente nell’ossessivo tentativo del protagonista di esercitare un controllo sui suoi vicini attraverso il teleobiettivo montato sulla macchina fotografica.

Hitchcock affermò che la storia riguardava essenzialmente un uomo immobilizzato che si annoia. L’omicidio è, dunque, solo il pretesto narrativo, il MacGuffin che spinge Jefferies a fuggire dalla vita ordinaria e dall’impegno con Lisa, fornendo sia a lui che allo spettatore una giustificazione morale per l’atto immorale di spiare. A livello metacinematografico, il celebre cameo di Hitchcock, che aggiusta un orologio in uno degli appartamenti dei vicini, è simbolico: il regista si presenta come colui che regola il tempo del racconto, in un film interamente fondato sull’attesa e sul ritmo.

La macchina da presa è quasi sempre statica e le varie finestre agiscono come schermi che mantengono attive simultaneamente diverse micro-trame. Il cortile è un microcosmo dove ogni finestra è un contrasto: la ballerina che pare frivola e circondata da uomini è l’immagine della libertà che contrasta con il desiderio di Lisa di sposare il protagonista; la signora Thorwald, scorbutica e malata, rappresenta il matrimonio infelice che Jeff teme, contrastando con la visione di Stella del matrimonio come atto non legato all’amore o all’affiatamento tra due persone, ma unicamente all’impegno per costruire una relazione duratura.

Particolare per un film di quel periodo è l’assenza di una vera colonna sonora originale, eccetto il brano jazz iniziale di Franz Waxman. Gran parte del sonoro è registrato in presa diretta, diventando un veicolo primario di suspense, con i suoni diegetici che alludono a eventi non visibili. Il suono è l’unico modo per sapere cosa accade, esempio lampante l’urlo di una donna che squarcia la notte e un oggetto rompersi, che il protagonista sente in dormiveglia. Dal punto di vista della fotografia, invece, per gestire la complessa illuminazione del set interno, furono allestiti quattro sistemi per simulare le diverse ore del giorno: mattina, pomeriggio, sera e notte, garantendo una resa visiva meticolosa.

La finestra sul cortile non è solo un meccanismo perfetto di suspense, ma una riflessione geniale sulla natura dello spettacolo e sulla nostra etica. La padronanza tecnica di Hitchcock eleva il film al di sopra del semplice thriller: l’opera interroga l’ossessione del protagonista e di chi guarda di esercitare un controllo sulla realtà, trasformando il voyeurismo da vizio privato a universale condizione umana. L’invito finale di Hitchcock è a interrogarci: cosa siamo disposti a rischiare per l’eccitazione di svelare un segreto? E quanto siamo davvero innocenti quando scegliamo di limitarci a osservare?.