MISSION (1986) – parabola umana tra musica e fede

di Aurora Fazi

Nel 1986 arrivò nelle sale americane un film destinato a rimanere per sempre nella storia del
cinema. Presentato al Festival di Cannes a maggio, Mission debuttò nei cinema nel mese di
ottobre con due giovani Robert De Niro e Jeremy Irons alla testa del cast. Nato per
raccontare della resistenza dei Guaraní durante il diciottesimo secolo, alla firma del trattato
di Madrid (1750) con cui la Spagna doveva cedere terre gesuite al Portogallo, Mission non fu
particolarmente brillante in termini d’incassi. Ma la storia che raccontò sarebbe stata un
trionfo agli Oscar, e un eterno punto di riferimento per la rappresentazione della fede e del
colonialismo sullo schermo.

‘Mission’: cosa racconta?

Siamo nel 1750, in Sudamerica. Padre Gabriel, missionario gesuita, raggiunge in cima a
delle cascate una tribù di Guaraní, e grazie alla forza profonda della musica riesce a farsi
accettare dai nativi che la compongono. Di lì a poco facciamo la conoscenza di Rodrigo
Mendoza, mercenario e mercante di schiavi che uccide suo fratello in duello per vendicarsi
della sua relazione con quella che credeva sarebbe stata la sua sposa. A salvare Mendoza
da un rimorso autodistruttivo sarà proprio Padre Gabriel. Così Mendoza lo segue nella sua
missione e scopre il potere salvifico della fede. Ma quando chiesa e politica s’incontrano e si
scontrano, ai Guaraní viene ordinato di andar via, e il loro rifiuto dà origine a uno scontro tra
idee e fazioni, tra fede e violenza, destinato a porre un’eterna domanda su cosa sia,
davvero, la resistenza.

Il potere silenzioso di ‘Mission’

La prima cosa che salta all’occhio guardando Mission di Roland Joffé è la grandezza dei
panorami scelti per le sue inquadrature: paesaggi ampi e sterminati che inghiottono
l’obiettivo riempiendolo con ferocia, senza lasciare un angolo libero allo sguardo. Cascate,
foreste selvatiche e la forza distruttiva della natura ci catapultano con violenza all’interno
delle foreste al confine tra Paraguay e le zone limitrofe, incatenando lo sguardo fin dal primo
momento. È proprio allora che, tra i suoni scricchiolanti degli alberi e i sibili inquieti della
natura selvaggia, fa la sua comparsa, piccola e inutile nell’immensità del luogo, la figura di
Padre Gabriel. E insieme a lui la musica di Ennio Morricone.
Conosciamo Gabriel’s Oboe e insieme il personaggio dello stesso gesuita: come una lingua
universale che possa raggiungere qualunque orecchio e cuore, la musica suonata da Padre
Gabriel viaggia fra gli arbusti e oltre i fiumi, avvicinando a sé i Guaraní diffidenti e pieni di
paura per quei volti bianchi e sconosciuti. Era in effetti desiderio dello stesso regista Joffé,
che è anche sceneggiatore della pellicola, ridurre al minimo le parole, raccontando una
storia attraverso immagini e suoni. Così Mission ci presenta la prima, grande forza dell’intero
film: una colonna sonora che lo attraversa nella sua interezza, rimandandoci sempre a
questo dolce momento con uno dei nostri protagonisti, e la sua seconda: la fede,
indiscriminata e totale, che non usa forza né spade. Solo canti e note.

Il dualismo di Mendoza e Padre Gabriel

Abbiamo già citato il controverso personaggio di Mendoza, un ex mercenario che ora si
trova assieme a Padre Gabriel per proteggere la missione costruita dai Guaraní dalle
macchinazioni politiche delle grandi monarchie di Spagna e Portogallo. Proprio in seguito
all’ordine irremovibile di abbandonare la missione, dal film emerge lo scontro ideologico tra
lo stesso Mendoza, redento trafficante di umani dallo spirito combattivo, e Padre Gabriel, da
sempre devoto al potere dell’amore, capace di salvare vite e il mondo intero.
È un momento potente quello in cui, per difendere la missione in cui entrambi credono, tutti
e due finiscono per prendere decisioni diverse, secondo ciò che più li rappresenta. E
facendosi quindi portatori del dubbio che pervade l’umanità da sempre: come combattere di
fronte all’ingiustizia? È più corretto armarsi e lottare con la forza, col rischio di corrompersi e
corrompere il proprio ideale, o scegliere la via della pace, rischiando di cadere nell’oblio
senza aver raggiunto nessun obiettivo?

Raccontando il suo finale, Mission dà voce a questo paradosso attraverso i due protagonisti.
Il finale tragico del film non è una resa, né un’ammissione di sconfitta davanti al potere
scorretto dell’ingiustizia. È anzi una storia di resistenza, di coraggio e di forza: forza di
credere nonostante tutto, forza che spinge alle armi, alla donazione totale del proprio
essere, che ci mostra forse l’unica verità di fronte all’oppressione, alla distruzione; quando
anche la chiesa tradisce i suoi ideali, e la politica si fa assassina.
Una missione, di case e persone e uomini, può essere distrutta. Ma la fede è a prova di
proiettile