Wild Nights, Tamed Beasts (2025),

di Gaia Maria Rosito

opera prima del regista Wang Tong, è un noir cinese che oscilla tra thriller, romance e dramma sociale. Presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Progressive Cinema, il regista conquista il premio come Miglior Regia lasciando presagire l’inizio di un’audace carriera cinematografica.

Il film propone un’intensa riflessione sull’invecchiamento e sul potere delle scelte, sollevando scomodi interrogativi sul diritto a una morte dignitosa.
La storia ruota intorno a tre figure principali: l’infermiera Ye Xiaolin, il guardiano di uno zoo semi-abbandonato, Ma Deyong, e un vecchio leone di nome Pipi, che ritorna ripetutamente nel corso della pellicola.
A intessere le vite di tutti è la metropoli stessa, tanto maestosa quanto opprimente, che ne fa da sfondo. Ogni uomo o donna pare muoversi quasi a rallentatore nel tempo dell’immobilità emotiva, rinchiuso nella gabbia della propria città: una vera e propria catarsi di cemento, in cui anche il cielo sembra avere lo stesso colore dei palazzi, e le strade, ora piene ora deserte, brulicano di buio e distacco.

La protagonista Ye Xiaolin (Wan Qian) una donna chiamata ad assistere poveri anziani nei loro ultimi momenti di vita, si muove tacita e lenta per la città. Ci viene introdotta di spalle, con una lunga scena colma di silenzio e caos cittadino, e la macchina da presa segue il suo esile corpo muoversi tra la disperazione di chi cerca qualsiasi lavoro pur di racimolare un po’ di denaro. Il cinico intento della protagonista ci viene restituito sin dalle prime scene, con una frase che Xiaolin ripeterà come un mantra a ogni suo paziente – “Qualsiasi cosa dovesse succedere da qui a un mese dovete comunque pagarmi l’intero stipendio mensile”. Definita da molti come un angelo della morte, Ye appare piuttosto come una sorta di Robin Hood del dolore, che ruba la sofferenza altrui per restituire loro serenità. Si dedica ai suoi pazienti con una cura minuziosa offrendo loro cura e attenzione, anche nel momento del suo rituale sacrale, colmo di attesa. Ogni azione viene ripetuta allo stesso ritmo e alla stessa intensità proprio come una funzione religiosa che batte il tempo del proprio culto.

Ma Deyong, interpretato da Rao Xiaozhi, è in totale antitesi con la figura femminile protagonista: goffo, impacciato, zoppo, segnato da evidenti traumi infantili legati al padre e da una non troppo nascosta dipendenza dall’alcol. Chiusosi nella metaforica gabbia di una vecchia stazione, trascorre le sue giornate nell’inettitudine più miserabile e si sente compreso da quel povero leone in gabbia proprio per l’essere tale: miserabilmente in gabbia. Il giovane uomo, che sembra muoversi a tentoni in ogni aspetto o relazione della sua vita, evitando o perdendo il confronto con chiunque, pare trovare pace solo in Pipi, nel quale probabilmente egli rifugia le proprie abitudini e ritrova gli ultimi barlumi di umanità. Pare non volgere mai del tutto lo sguardo altrove: prova, tenta, ma sembra sempre fermo al punto di partenza, lo stesso in cui si trovava prima. Solo in un momento sceglie davvero, nonostante tutto, ma anche allora il caso – forse – vanifica la sua scelta, conducendolo a un esito ben diverso da quello desiderato.

In ultimo, il leone, la cui intera esistenza è il simbolo della natura umana. Cresciuto in cattività si ritrova a vivere la sua intera vita e i suoi ultimi attimi sulla terra chiuso nella gabbia del proprio padrone. Pipi diventa il nostro sguardo per vedere contemporaneamente gli stati d’animo dei due protagonisti – escamotage reso possibile dallo split-screen – e per capire il macabro destino che ci attende. Il leone è ovunque noi non siamo o non riusciamo ad arrivare e la resa, seppur colma di colori plastici, è enorme.

Il film è indubbiamente affascinante e coraggioso, e il regista sfrutta tutti i mezzi a sua disposizione per costruire una narrazione ricca di simbolismo e allegorie. Il tema della gabbia si intreccia con un filo più complesso legato al mito della longevità cinese e al legame tra l’inefficienza fisica degli anziani e quella emotiva dei giovani. Il lavoro di Wang Tong è un film ampio, lento e incompleto in cui la poesia nascosta e la fotografia tentano di restituire al pubblico l’universo — quasi certamente immenso — del regista stesso. Ciò che resta alla fine della visione è una perplessità di fondo, non del tutto negativa, legata a ciò che rimane incomprensibile — alcune inquadrature, l’utilizzo dei colori, domande lasciate senza risposta — e a cui comunque si viene sottoposti nel turbine di un film ricco di elementi da rielaborare. Wild Nights, Tamed Beasts è un viaggio tra gabbie visibili e invisibili, comprensibili e non, che continua a risuonare anche dopo la sua fine, interrogando lo spettatore su ciò che resta e resiste di noi stessi nelle nostre scelte e nelle nostre idee.